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solo per cercare alleanze mentali in climi condivisi. In quella direzione
trovo più affinità rispetto ad altre forme di espressività allora coesistenti.
La naturale reticenza di Gabriella ad esprimersi sulla sua formazione, non
impedisce di situarne l’attività in parallelo con ricerche come quelle di
Guido De Bonis, di Raffaele Ponte Corvo. Va detto che in genere la
pittura, proprio negli anni seguenti l’avvio della sua attività di artista (la
sua prima personale è del 1973), vide un inabissamento, e da molti fu data
per definitivamente spacciata, salvo poi riemergere con forza, ed anche
con notevole decisione in tutta Europa, e nuovamente imporsi come una
corazzata inaffondabile, seppure qua e là un po’ ammaccata da
cerebralismi, concettualismi, persino brutalismi, segnata da crisi di
motivazione che furono comunque foriere di nuovi approcci all’universo
del colore.
Gabriella dalle esperienze formative ha tratto la sua sicurezza di
pennellata, le scelte cromatiche sempre precise, una peculiare duttilità da
illustratrice, ma anche una precisa conoscenza dei metodi, che ne ha fatta
una brava e motivatissima insegnante, poco interessata ad imporre un
mondo figurativo personale agli allievi, quanto, intelligentemente, a
trasmettere assieme alle indispensabili conoscenze di base di un’arte che
rimane tecnicamente difficile, quello che ai suoi occhi più conta, ovvero la
libertà creativa, la capacità di creare mondi, e poi di viverci dentro
palesandoli con precisione e con gusto.
Proprio la sua riconoscibilità del tratto, del gesto, della pennellata, ora
filante ora raggrumata, il cangiantismo dei colori, spesso accesi, ci rivela
che lei, nel suo percorso pluridecennale, ha creato presto il suo mondo, ci
si è trovata bene, e continuamente lo ha ricercato, inventandovi quelle
fiabe tra serie e giocose, la cui caratteristica principale è quella di essere
poste altrove rispetto alla nostra quotidianità, ma in un altrove dove tutto,
almeno dal punto di vista della visione, sembra ritornare, perché mi pare
indubbio che tutti i singoli tratti della sua ricerca abbiano un’interna
coerenza, quello che un po’ pomposamente di solito si indica con la parola
“stile”, termine che nel caso di Gabriella sembra calzare alla perfezione.
Traspare forse da queste parole una mia del tutto soggettiva preferenza
verso le sue prime fasi pittoriche, quando non solo l’artista non
costringeva la sua creatività nei binari spesso imposti dalle necessità
illustrative, ma giungeva volentieri ad una forma totale di abbandono agli
eventi pittorici, che spesso assumevano il volto di figure riconosciute che
emergevano dal rigirare del tratto, dalla pennellata inquieta che
procedeva disegnando tentativi curiosi, alla ricerca di mondi sconosciuti.
Qui avvenivano, sempre, incontri inaspettati, a volte sereni, a tratti anche
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