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perché misteriosamente legato ad un passato che poi ignoreremo del
tutto.
Né i fiori, né le architetture sembrano cedere a questo moto continuo, e
nemmeno la musica, se mai è possibile dipingerla (ci ha provato, e con
risultati notevolissimi), ma qui tutto si fa più evidente, e sembra
veramente di immergersi nel vortice sonoro, che in realtà è un vortice
acrilico, ma dall’effetto risucchiante. Cosa succede, in effetti, dal punto di
vista pittorico? Molto semplicemente Gabriella, che non sopporta la realtà
nuda e cruda, e nello stesso tempo non la rimuove mai, o quasi mai, la
sogna – questa è la parola giusta – e poi la rappresenta come se provenisse
da un luogo dove le forme non sono ancora se stesse, e nel manifestarsi
portano ancora con sé qualcosa di quell’ectoplasma dal quale cercano di
staccarsi, per venire al mondo, per dividere la realtà con chi osserva.
Informale, indubbiamente, è il collante, l’origine, ma l’approdo ha sempre
un significato reale e concreto, anche quando il limite diviene
impercettibile, e la forma agita i suoi vortici veramente come una musica.
Questo andirivieni sul limite dell’esistenza è la ricerca di Gabriella, che
calibra a seconda delle occasioni il suo registro, con una voglia infinita, lo
si sente ad ogni passo, di prendersi la rivincita sulla realtà e di
manifestarla una volta per tutte per quello che è: un mistero. Ma questo
mistero, ahimé, non è rappresentabile fino in fondo, pena l’esclusione dal
cerchio della comprensione; il mistico parla a se stesso, e solo dopo tanto
tempo se ne può intuire la profondità. La ricerca, perciò, si ferma quasi
sempre sulla soglia, non la travalica nell’informe, ma ne lascia intuire la
presenza non come un vuoto, ma come un luogo germinativo, da cui
provengono le ossessioni: quei cavalli potenti che irrompono nel quadro,
ad esempio, o alcune figure che appaiono, in secondo piano, in opere
degli anni ’70. Epoca quella di trasfigurazioni e di sogni visivi, in cui l’arte,
dal disegno, alla pittura, alla musica, al cinema, viveva di dilatazioni e
trascendimenti, di improbabili accostamenti, che oggi forse potrebbero
non essere più compresi, da chi non può avere memoria della serietà con
cui si andavano a vedere, ad esempio, i film di Jodorowsky. Un’epoca
finita presto, un pugno di anni, ma che fece evidentemente presa, in
modo forte ed ancora oggi riconoscibile, su una pittrice toccata dal gusto
del sogno, del volo fantasioso nel quale amava ed ama perdersi in
momenti di totale libertà immaginativa – e questa è una sua ammissione,
naturalmente ‐.
Penso alla Torino di quegli anni e immediatamente mi sale alla mente
l’esperienza eterogenea di quei pittori che coltivavano, da più di un
decennio, un filone di surrealismo fantastico, a volte con accenti
decisamente “noir”, non per stabilire paternità artistiche ed influenze, ma
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