Page 14 - 2015_Antologica
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perché  misteriosamente  legato  ad  un  passato  che  poi  ignoreremo  del
               tutto.

                   Né i fiori, né le architetture sembrano cedere a questo moto continuo, e
               nemmeno la musica, se mai è possibile dipingerla (ci ha provato, e con
               risultati  notevolissimi),  ma  qui  tutto  si  fa  più  evidente,  e  sembra
               veramente  di  immergersi  nel  vortice  sonoro,  che  in  realtà  è  un  vortice
               acrilico, ma dall’effetto risucchiante. Cosa succede, in effetti, dal punto di
               vista pittorico? Molto semplicemente Gabriella, che non sopporta la realtà
               nuda e cruda, e nello stesso tempo non la rimuove mai, o quasi mai, la
               sogna – questa è la parola giusta – e poi la rappresenta come se provenisse
               da un luogo dove le forme non sono ancora se stesse, e nel manifestarsi
               portano ancora con sé qualcosa di quell’ectoplasma dal quale cercano di
               staccarsi,  per  venire  al  mondo,  per  dividere  la  realtà  con  chi  osserva.
               Informale, indubbiamente, è il collante, l’origine, ma l’approdo ha sempre
               un  significato  reale  e  concreto,  anche  quando  il  limite  diviene
               impercettibile, e la forma agita i suoi vortici veramente come una musica.

                   Questo andirivieni sul limite dell’esistenza è la ricerca di Gabriella, che
               calibra a seconda delle occasioni il suo registro, con una voglia infinita, lo
               si  sente  ad  ogni  passo,  di  prendersi  la  rivincita  sulla  realtà  e  di
               manifestarla una volta per tutte per quello che è: un mistero. Ma questo
               mistero, ahimé, non è rappresentabile fino in fondo, pena l’esclusione dal
               cerchio della comprensione; il mistico parla a se stesso, e solo dopo tanto
               tempo se ne può intuire la profondità. La ricerca, perciò, si ferma quasi
               sempre sulla soglia, non la travalica nell’informe, ma ne lascia intuire la
               presenza  non  come  un  vuoto,  ma  come  un  luogo  germinativo,  da  cui
               provengono le ossessioni: quei cavalli potenti che irrompono nel quadro,
               ad  esempio,  o  alcune  figure  che  appaiono,  in  secondo  piano,  in  opere
               degli anni ’70. Epoca quella di trasfigurazioni e di sogni visivi, in cui l’arte,
               dal  disegno,  alla  pittura,  alla  musica,  al  cinema,  viveva  di  dilatazioni  e
               trascendimenti,  di  improbabili  accostamenti,  che  oggi  forse  potrebbero
               non essere più compresi, da chi non può avere memoria della serietà con
               cui  si  andavano  a  vedere,  ad  esempio,  i  film  di  Jodorowsky.  Un’epoca
               finita  presto,  un  pugno  di  anni,  ma  che  fece  evidentemente  presa,  in
               modo forte ed ancora oggi riconoscibile, su una pittrice toccata dal gusto
               del  sogno,  del  volo  fantasioso  nel  quale  amava  ed  ama   perdersi  in
               momenti di totale libertà immaginativa – e questa è una sua ammissione,
               naturalmente ‐.

                   Penso alla Torino di quegli anni e immediatamente mi sale alla mente
               l’esperienza  eterogenea  di  quei  pittori  che  coltivavano,  da  più  di  un
               decennio,   un  filone  di  surrealismo  fantastico,  a  volte  con  accenti
               decisamente “noir”, non per stabilire paternità artistiche ed influenze, ma


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